Lettori fissi

giovedì 5 novembre 2015

Messer Lovas e il Paradosso di Fantozzi

Ho avuto un'epifania: la sorprendente (come l'acqua calda) rivelazione che il solo lavoro che fa per me è un lavoro in cui non debba avere a che fare con la gente.

Almeno, non con gente viva: a volte penso seriamente di fare un corso per vestizione di cadaveri. Magari le conversazioni potrebbero essere un po' tendenti al monologo, ma cazzo di sicuro qualcuno che ti ascolta c'è.

Due mesi che ho cominciato a lavorare al call center: ok magari non è esattamente il massimo a cui potresti aspirare quando arrivi ad avere la stessa età di Gesù (non mettermi in croce per questo), ma sai che vuol dire poter finalmente godere dei fine settimana liberi? No? Nemmeno io: continuo a lavorare anche al ristorante.

Anche in codesta nuova occupazione sono riuscito nell'impresa di diventare la barzelletta del team: che posso dire? bisogna pur sfogare il nervosismo che non possiamo far trasparire a parole quando si è al telefono con un novantenne dal dialetto stretto, che mastica una gomma rendendo ancora più incomprensibile la parlata, a cui hai dedicato trenta minuti di chiamata solo per spiegargli come inserire un indirizzo internet in un browser. Anche se questo potrebbe farti assomigliare ad un Jim Carrey dei bei tempi andati in preda a crisi epilettica che prende a cazzotti il fantasma di Muhammed ali mentre cerca di creare un vortice scorreggiando.

Immagine divertente no? E lo è. Cazzo se lo è.

Quando succede a qualcun altro.

 È uno strano fenomeno: io lo chiamo "Il Paradosso di Fantozzi".

Prova ad immaginare la teoria della relatività, mischiata con un pizzico di meccanica quantistica condita con filo di Murphy: un vortice che risucchia negatività (o sfiga, o idiozia) dall'ambiente circostante per concentrarla in un unico individuo, che finisce per passarmela poco gradevolmente. Il paradosso è che all'esterno la cosa sembra comica.

A questo punto potresti chiedermi che differenza c'è tra me e un Giandomenico Fracchia qualsiasi.

Semplice: riesco a percepire la negatività ma riesco anche a riderne. Perché sono in grado di vedermi dall'esterno e percepire il lato comico della situazione.

Si chiama relativizzare.

O magari schizofrenia.